Ho partecipato ieri al Pelvic Pain Forum di Bologna, una delle occasioni scientifiche più significative nel panorama della ginecologia del dolore in Italia. Torno a Roma con molti spunti, qualche conferma ed un un’emozione che non mi aspettavo.
Il dolore che non si vede
Il dolore pelvico cronico è una delle condizioni più sottovalutate e sottodiagnosticate della medicina moderna. Colpisce milioni di donne, spesso per anni, prima che arrivi una diagnosi corretta. Endometriosi, vulvodinia, vestibolodinia, sindrome del pavimento pelvico ipertonico, cistite interstiziale: patologie che non “si vedono” facilmente agli esami strumentali, che vivono nella zona grigia tra specialità diverse, e che per questo motivo troppo spesso vengono minimizzate o — peggio — attribuite a cause psicologiche senza un adeguato percorso diagnostico.
Il messaggio più forte emerso oggi è uno, e vale la pena ripeterlo: ascoltare la paziente è già diagnosi. La qualità del dolore, la sua temporalità, il contesto in cui compare, l’impatto sulla vita quotidiana, sulla sessualità, sullo studio e sul lavoro: tutto questo è informazione clinica di primo livello. Una visita frettolosa non può raccoglierla.
La multidisciplinarità non è un optional
Il dolore pelvico cronico non appartiene a nessuna specialità da sola. È questo il cuore dell’approccio che il Forum ha ribadito con forza: ginecologo, urologo, fisioterapista del pavimento pelvico, psicologo, nutrizionista, sessuologo, neurologo del dolore. Non team multidisciplinari sulla carta, ma percorsi realmente integrati, dove le competenze dialogano e non si sommano soltanto.
Come clinici, siamo abituati a ragionare per organo o per patologia. Il dolore pelvico cronico ci chiede di ragionare per persona. È un cambio di paradigma che richiede tempo, formazione e — non ultimo — un sistema sanitario disposto a riconoscere questa complessità.
Nuove opzioni terapeutiche: il ruolo del cannabidiolo
Tra i temi trattati ha trovato spazio anche la terapia a base di cannabidiolo (CBD), un ambito in rapida evoluzione scientifica. I dati presentati confermano un profilo di interesse reale nelle sindromi dolorose pelviche croniche, in particolare per la sua azione sul sistema endocannabinoide, presente a livello del tratto urogenitale e intestinale, e per le proprietà antinfiammatorie e neuromodulatorie.
Non si tratta di una terapia risolutiva né di una panacea — e la comunicazione corretta con le pazienti su questo punto è fondamentale — ma rappresenta uno strumento in più, da inserire in un piano terapeutico personalizzato, che può migliorare concretamente la qualità della vita in pazienti che hanno già esaurito molte altre opzioni.
Le voci che rimangono
Una parte molto significativa è stata quella dedicata alle associazioni di pazienti.
Donne che hanno impiegato sette, dieci, dodici anni ad avere una diagnosi. Che hanno sentito dire “è normale un po’ di dolore”, “è ansia”, “torni quando sta peggio”. Che hanno smesso di lavorare, di avere relazioni, di fare progetti. E che ora, finalmente con un nome per quello che vivono, chiedono — con una lucidità e una determinazione che fanno riflettere — di non essere lasciate sole nei corridoi di un sistema che ancora non le conosce abbastanza.
Portare queste testimonianze in un contesto scientifico non è una concessione emotiva: è metodologia. Perché nessun dato epidemiologico racconta il dolore come lo racconta chi lo vive.
Torno da Bologna con la conferma che la strada è quella giusta: più ascolto, più integrazione, più coraggio terapeutico. Con il desiderio, come sempre, di portare questo approccio nel mio lavoro quotidiano

